>>231265La locuzione latina inter faeces et urinam nascimur significa "siamo nati tra le feci e l'urina"; normalmente viene attribuita ad Agostino d'Ippona (354-430), anche se con più probabilità deriva invece da un'omelia di Bernardo di Chiaravalle (1090-1153). La frase viene usata per formulare un giudizio di condanna sulla condizione umana e non solo, già rovinosa fin dal modo in cui la vita viene alla luce. «La vicinanza tra gli organi deputati alla riproduzione e all'escrezione» verrebbe considerata un simbolo negativo del destino esistenziale. La rivalutazione psicoanalitica della fase anale e di quella fallica ha condotto a ritenere un pregiudizio nevrotico questa prospettiva.
Breve trattato sull'ossessione estetica moderna
L'antica sentenza inter faeces et urinam nascimur contiene una verità che la modernità tenta continuamente di dimenticare: l'essere umano nasce da una materia che non è pura, non è ordinata, non è bella secondo i canoni della rappresentazione ideale. La vita emerge da un intreccio di sangue, fluidi, odori e vulnerabilità. Per secoli questa consapevolezza ha alimentato una riflessione religiosa e filosofica sulla fragilità della condizione umana; oggi, invece, essa si scontra con una cultura che tende a trasformare l'esistenza in una superficie da perfezionare.
L'ossessione estetica moderna non consiste semplicemente nell'amore per il bello. Le civiltà hanno sempre coltivato ideali estetici. La sua caratteristica specifica è piuttosto la negazione sistematica di tutto ciò che ricorda la nostra natura corporea e imperfetta. L'invecchiamento deve essere rallentato, la malattia nascosta, la stanchezza corretta, il corpo ritoccato, l'immagine filtrata. La bellezza non è più una qualità tra le altre, ma diventa un imperativo morale implicito: apparire bene equivale sempre più spesso a valere.
I mezzi di comunicazione contemporanei amplificano questo fenomeno. Attraverso fotografie selezionate, immagini modificate e identità curate nei minimi dettagli, l'individuo costruisce una versione estetizzata di sé. Si produce così una distanza crescente tra l'esperienza vissuta e la sua rappresentazione. Il volto reale, con i suoi difetti, entra in competizione con la propria immagine ideale. La persona finisce per osservare sé stessa come un oggetto da valutare anziché come un soggetto che vive.
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