C’è qualcosa di profondamente affascinante e insieme deprimente nel modo in cui certe imageboard finiscono per trasformarsi in ecosistemi chiusi, quasi autosufficienti, dove il contenuto non nasce più da un reale desiderio di comunicare, ma dalla ripetizione rituale di schemi ormai fossilizzati.
Vecchiochan, in questo senso, sembra incarnare perfettamente quel fenomeno per cui una comunità online, nata magari prima come spazio spontaneo, caotico, anonimo e imprevedibile, lentamente smette di produrre novità e comincia invece a vivere di eco, di riciclo, di autocitazione continua.
E allora succede una cosa stranissima: apri un filo qualsiasi, magari pensando di trovare una discussione nuova, un’ossessione diversa, un delirio originale, e invece ti ritrovi davanti sempre le stesse identiche frasi. Gli stessi modi di scrivere. Gli stessi tormentoni. Lo stesso tono pseudo-ironico, stanco, corrosivo.
E soprattutto, la sensazione che dietro decine di post differenti ci sia in realtà una sola presenza che continua a ripetersi all’infinito.
Il “Mimmo” di cui si parla non è nemmeno necessariamente una persona reale nel senso tradizionale del termine. O meglio: forse lo è, forse esiste davvero come individuo concreto, ma online finisce per assumere una forma quasi mitologica. Diventa un archetipo. Una specie di rumore di fondo permanente. Non importa se copia dal quarto, se ripete cose dette da anni o se semplicemente ha colonizzato linguisticamente l’ambiente: a un certo punto la distinzione smette di contare. La sua voce diventa il paesaggio sonoro stesso della board.
Ed è qui che emerge uno degli aspetti più inquietanti delle comunità online stagnanti: l’identità individuale si dissolve nella ripetizione. L’anonimato, che teoricamente dovrebbe moltiplicare le possibilità espressive, finisce per restringerle. In teoria un’imageboard anonima dovrebbe essere il luogo della metamorfosi continua, dove chiunque può diventare chiunque e dove il discorso cambia forma in maniera imprevedibile.
In pratica, invece, succede spesso il contrario: pochi utenti estremamente ossessivi imprimono il proprio ritmo mentale all’intero spazio, fino a renderlo riconoscibile in ogni dettaglio.
È come entrare in un bar di provincia dove da quindici anni siedono sempre le stesse persone agli stessi tavoli a raccontare le stesse storie. Solo che online questa ripetizione diventa ancora più surreale, perché non c’è il corpo a i
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