Mi chiamo Antonio, ho 52 anni e molti di voi penseranno che sono un "mostro".
Mio figlio si chiama Luca, ha 17 anni. Per i primi due mesi di questa estate, il suo fuso orario era tarato su quello di Los Angeles. Andava a letto alle quattro del mattino a guardare le live su Twitch e si alzava alle due del pomeriggio, strisciando verso il frigorifero con l'energia vitale di un bradipo sedato. La sua più grande fatica fisica era scartare il ghiacciolo.
A fine agosto, a due settimane dall'inizio della scuola, il Duca mi si presenta in salotto.
«Pa', mi servono 250 euro.»
«Ah,» rispondo io, abbassando il giornale. «Devi pagare un riscatto? Hai investito in criptovalute?»
«No, escono le nuove Jordan in edizione limitata. Le droppano dopodomani. Mi servono.»
Lì ho avuto un'illuminazione. L'ho guardato, con i suoi pantaloni larghi e il capello laccato, e gli ho detto: «Le Jordan non te le compro. Ma ti do l'opportunità di comprarti tutto il negozio. Da domani mattina, per due settimane, vai a dare una mano allo zio Beppe con la ditta di traslochi prima di tornare a scuola. Ti dà 40 euro al giorno. Se ti lamenti, non ti paga.»
Luca ha fatto un mezzo sorriso di sufficienza.
«Tsk. Traslochi. Che ci vorrà mai? Sposti due scatoloni e fine.»
Il giorno dopo, alle 5:45 del mattino, l'ho buttato giù dal letto. È sceso in cortile vestito come se dovesse girare un video trap: pantaloncini bianchi immacolati, calzino di spugna a metà polpaccio, t-shirt oversize e, ironia della sorte, le sue Jordan vecchie.
Lo zio Beppe, un uomo di 110 chili che si nutre esclusivamente di caffè e sigarette senza filtro, lo ha squadrato da capo a piedi. Ha sputato per terra, gli ha messo in mano un paio di guanti da lavoro croccanti di sporco e gli ha detto: «Sali, principessa.»
Il primo giorno dovevano svuotare l'appartamento di un'anziana al quarto piano. In un palazzo del centro storico. Senza ascensore.
Alle 18:30, quando Luca è tornato a casa, non è entrato dalla porta. È letteralmente collassato sullo zerbino dell'ingresso. I suoi pantaloncini bianchi erano di un colore a metà tra l'asfalto bagnato e il marrone fango. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, gli occhi vitrei di chi ha visto le trincee.
«Com'è andata?» gli ho chiesto, fingendo di scolare la pasta in cucina.
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