>>219371Sni, ma è un discorso lungo.
Il punto di partenza è che nella cultura italiana la colpa e la responsabilità sono sovrapposte. Immagina un bambino che scivola e si rompe un dente durante una gita. La maestra che lo seguiva non è solo responsabile, è pure colpevole. C'è proprio un valore morale associato al fallimento.
Da questo ne consegue che nessuno vuole responsabile di qualcosa. Non è solo questione di non volere rotture di coglioni, è paura.
Questo si traduce in due cose. A livello micro/personale, la miglior difesa contro la responsabilità è il "facciamo come abbiamo sempre fatto". Se qualcosa va male, noi non potevamo farci nulla, abbiamo seguito la tradizione*. Questa difesa però vale solo se, effettivamente, la tradizione è il meglio che si poteva fare. Ne consegue che l'Italiano si opporrà in maniera brutale e maniacale a chiunque cerchi di fare qualcosa di nuovo. In parte, certamente, è invidia perché chi prova non prova la stesa paura, e questo fa arrabbiare l'Italiano che si sente trattato come un coglione dal folle che non ha paura. La vera motivazione, però, è che l'Italiano non vuole che si scopra che si poteva fare meglio.
A livello macro, la miglior difesa è una combinazione di leggi, deroghe, organismi, enti, per cui non c'è mai un responsabile e l'impiegato statale deve solo prendere atto.
Per questo motivo in Italia si opera col principio del "se non è specificamente ammesso, è vietato", che è l'opposto del razionale.
*qui urge ricordare che l'Italiano distingue il sapere in 3 categorie: la tradizione, per il popolo, la tecnica, riservata a gente come ingegneri o fisici, e la cultura, riservata ai dottori in senso lato.