No.234076
>Non c'è istituzione di cui si possa dire più male e più bene. Vi si mescola tutto, l'eternità e il bidet. Contratto tra due impudicizie; spasmo benedetto dal sindaco e dal parroco; regolarizzazione dei sospiri; grugnito condiviso fino all'agonia…
>Ammiro tutte le persone sposate: il loro coraggio o incoscienza mi sgomenta. Legarsi ufficialmente sino alla morte è una cosa che mi dà le vertigini: è la più grande avventura che si possa intraprendere, al cui confronto l'esplorazione dei poli è soltanto uno svago. La vita insieme è sicuramente più glaciale…
>L'assurdità di una simile impresa andava ridimensionata, così bisogna riconoscere che l'idea più sensata, la più ragionevole concepita dall'uomo è quella del divorzio. Solo quest'idea rende sopportabile il matrimonio, come quella del suicidio, la vita. Due vie di fuga senza le quali ogni istante sarebbe un martirio.
>Il celibe è un essere privo di mistero, ha capito, è prudente, non ha osato nulla; mentre ogni marito è un giocatore: ha rischiato tutto nell'avventura più quotidiana e più costernante, nell'imbecillità e nell'eroismo del letto comune, della tomba comune. Lo spettacolo di una coppia fa paura, come ogni connubio di abiezione e di audacia. Portare una fede nuziale significa essere un ergastolano acclamato che esibisce trionfalmente la propria vergogna, è il più terribile consenso all'inganno.
>– Ma davanti a questo inganno, il celibe si demoralizza: non potrebbe ignorare l'ampio sordido respiro che anima i matrimoni.