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 No.230724

Convincimi che l'anarcocapitalismo è la via giusta. Also, spiegami perché i fascisti sarebbero socialisti.

 No.230728

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Non esiste l'anarcocapitalismo, esiste l'anarco egoismo, anarco individualismo e altre robette da adulti che uno che crede nelle frociate americane ripiene di conservatori filogiudei tipo anarcocapitalismo non può capire.

 No.230733

E la via giusta solo se esiste una società intorno a te che non la pratica e non ti mette in galera.

 No.230736

Fattobuffo: l'anarcocapitalismo è inattuabile e la via migliore sarebbe il minarchismo ma l'unica via per inseguire il minarchismo è perseguire l'anarcocapitalismo.
(Visto che ogni amministrazione lasciata libera si espande liberamente fino a ingloibare tutto l'universo e pure il piano ultraterreno del paradiso, dell'inferno e del purgatorio e pure su tutte le religioni dispoinibili.)

bonus: l'unica via per una socieà funzionale è che ogni suo membro sia a sua volta una cellula funzionale, quindi il punto è la distanza tra individualismo e collettivismo.

Da qui i casi di appena remoto anarchismo con economia fai da te funzionano sempre e comunque ogni volta che seguono il modello: vedi cità murata di Kowloon la colonia privata di Prospera o un'economia di tagli di spesa tipo l'Argentina di Milei (sono gli ultimi casi di studio più recenti)

 No.230739

>perché i fascisti sarebbero socialisti.

https://it.wikipedia.org/wiki/Politica_economica_fascista
Quindi usiamo direttamente una fonte di propaganda socialista (vestita di rosso) per confutare la stessa fonte che nega il fatto.

(lasciamo stare che Mussolini era membro del partito socialista e dirattore dell'Avantio giornale socialista)

Nella wii trovi questo:
>Nati in questo simile contesto generale, il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano avevano alcuni tratti comuni: rigettavano le idee sociali e politiche fino ad allora più diffuse, ovvero il razionalismo illuminista, il liberismo e il socialismo, che consideravano cause di una decadenza sociale; vedevano la politica come una competizione darwiniana che premia il più forte

Che sono puttanate: l'idea di "razza" o di "popolo" sono solo una restrizione in chiave nazionalista del socialismo e tutte le differenze tra fascismo/comunismo vengono appunto dal nazionalismo.

>Il fascismo amalgamò resistenze alle spinte socialiste e assorbì movimenti e idee che vi opponevano. Tra di essi erano diffuse idee di nazionalismo economico, sindacalismo e opposizione sia al socialismo, sia al liberismo.

Pure tra i controsensi frutto della propaganda socialista finisce per emergere la realtà: il sindacalismo è solo una versione più o meno annacquata dei societ comunisti russi.
In particolare i soviet in Italia sotto il fascismo prendono il nome di corporativismo (la differenza è meramente tra rappresentazione orizzonale contro rappresentazione verticale) anche se di fatto in entrambi i casi il tutto si riduce a facciata in quanto sia per il comunismo che per il fascismo vige allo stesso tempo il centralismo dello Stato.

>Politiche sociali

>In questa fase storica, tutti i paesi occidentali ampliarono e consolidarono le politiche sociali, nate nella seconda metà dell'Ottocento a seguito della rivoluzione industriale e di profondi cambiamenti sociali. In entrambi i paesi, i governi ampliarono gli interventi nel welfare: assistenza e previdenza.

>In Italia, il governo fascista estese le tutele (pensioni e assicurazioni) che erano state istituite nell'epoca liberale precedente. Nel 1927 pubblicò la Carta del lavoro che sancì i principi fondamentali della politica sociale. L'azione del governo ri-orientò gradualmente la previdenza italiana, precedentemente basata su assicurazioni private e con un iniziale orientamento universalistico. Il riorientamento fu in direzione statalista occupazionale, cioè le tutele erano legate al settore occupazionale di appartenenza dei lavoratori, piuttosto che essere indirizzate a tutelare categorie deboli a prescindere dall'impiego svolto. Il governo diresse la crescita degli enti che le amministravano, e soprattutto l'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale: le sue risorse finanziarie furono impiegate estensivamente per politiche non previdenziali. L'estensione delle tutele sociali voleva attenuare l'impatto della recessione e delle misure governative di riduzione dei salari; intendeva anche alimentare il consenso pubblico verso il regime: il partito fascista controllava capillarmente l'accesso alle tutele.


Vedi un po' te.


>Terza via

>Il fascismo si propose come un modello sociale e politico completamente nuovo. Dopo la prima guerra mondiale, nelle società europee i modelli sociali del capitalismo e del comunismo si contrapponevano aspramente per la prima volta. In questo contesto, intellettuali (soprattutto francesi e italiani) afferenti al cosiddetto sindacalismo rivoluzionario o sindacalismo nazionale proposero nelle loro enunciazioni teoriche un modello sociale alternativo. Questa terza via prospettava un ideale di società comunalistica e di economia liberistica organizzata in una repubblica federale. Tali teorizzazioni furono poi rielaborate in chiave totalitaria dal fascismo.[23] Nella prospettiva fascista, la terza via, prima che un modello economico, era un nuovo ordine politico che voleva rifondare la società su principi ideali: la società veniva militarizzata, la politica sacralizzata, gli interessi e gruppi sociali organizzati dall'apparato statale, sottoposto al primato di una politica che perseguiva obiettivi di affermazione nazionalista di una società presunta omogenea.[24] Concretamente, il modello economico alternativo del fascismo consisteva nel corporativismo.

Questo è il più grande scam fascista</nazionalsocilsta: pretendere che versioni annacquate o allegerite di qualcosa siano qualcosa di completamente diverso al punto di poterle definire "terze". Ma pure ai fascisti/nazionalisti brucia il culo quando gli fai notare che sono solo socialisti vestiti di nero.

>Le politiche industriali e monetarie del governo fascista diedero ulteriore impulso alla trasformazione dell'industria italiana, seguendo una tendenza iniziata in preparazione del primo conflitto mondiale e poi ripresa dopo il 1926. Le politiche crearono condizioni favorevoli per le imprese siderurgiche, meccaniche, chimiche, della produzione elettrica e degli idrocarburi. Lo sviluppo industriale rimase concentrato nel triangolo industriale, ma cominciarono a diffondersi imprese industriali anche in altre regioni centro-settentrionali. L'indirizzo statale promosse cartelli industriali che ostacolarono la concorrenza e l'innovazione.[12] Tuttavia, il dirigismo statale creò un sistema di imprese pubbliche che, dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto globale mutato e più aperto, fornì il trampolino di lancio del miracolo economico italiano.[15][17]


Ma che bel profumino di piani quinquennali.



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