>perché i fascisti sarebbero socialisti.https://it.wikipedia.org/wiki/Politica_economica_fascistaQuindi usiamo direttamente una fonte di propaganda socialista (vestita di rosso) per confutare la stessa fonte che nega il fatto.
(lasciamo stare che Mussolini era membro del partito socialista e dirattore dell'Avantio giornale socialista)
Nella wii trovi questo:
>Nati in questo simile contesto generale, il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano avevano alcuni tratti comuni: rigettavano le idee sociali e politiche fino ad allora più diffuse, ovvero il razionalismo illuminista, il liberismo e il socialismo, che consideravano cause di una decadenza sociale; vedevano la politica come una competizione darwiniana che premia il più forteChe sono puttanate: l'idea di "razza" o di "popolo" sono solo una restrizione in chiave nazionalista del socialismo e tutte le differenze tra fascismo/comunismo vengono appunto dal nazionalismo.
>Il fascismo amalgamò resistenze alle spinte socialiste e assorbì movimenti e idee che vi opponevano. Tra di essi erano diffuse idee di nazionalismo economico, sindacalismo e opposizione sia al socialismo, sia al liberismo.Pure tra i controsensi frutto della propaganda socialista finisce per emergere la realtà: il sindacalismo è solo una versione più o meno annacquata dei societ comunisti russi.
In particolare i soviet in Italia sotto il fascismo prendono il nome di corporativismo (la differenza è meramente tra rappresentazione orizzonale contro rappresentazione verticale) anche se di fatto in entrambi i casi il tutto si riduce a facciata in quanto sia per il comunismo che per il fascismo vige allo stesso tempo il centralismo dello Stato.
>Politiche sociali>In questa fase storica, tutti i paesi occidentali ampliarono e consolidarono le politiche sociali, nate nella seconda metà dell'Ottocento a seguito della rivoluzione industriale e di profondi cambiamenti sociali. In entrambi i paesi, i governi ampliarono gli interventi nel welfare: assistenza e previdenza.
>In Italia, il governo fascista estese le tutele (pensioni e assicurazioni) che erano state istituite nell'epoca liberale precedente. Nel 1927 pubblicò la Carta del lavoro che sancì i principi fondamentali della politica sociale. L'azione del governo ri-orientò gradualmente la previdenza italiana, precedentemente basata su assicurazioni private e con un iniziale orientamento universalistico. Il riorientamento fu in direzione statalista occupazionale, cioè le tutele erano legate al settore occupazionale di appartenenza dei lavoratori, piuttosto che essere indirizzate a tutelare categorie deboli a prescindere dall'impiego svolto. Il governo diresse la crescita degli enti che le amministravano, e soprattutto l'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale: le sue risorse finanziarie furono impiegate estensivamente per politiche non previdenziali. L'estensione delle tutele sociali voleva attenuare l'impatto della recessione e delle misure governative di riduzione dei salari; intendeva anche alimentare il consenso pubblico verso il regime: il partito fascista controllava capillarmente l'accesso alle tutele.Vedi un po' te.
>Terza via>Il fascismo si propose come un modello sociale e politico completamente nuovo. Dopo la prima guerra mondiale, nelle società europee i modelli sociali del capitalismo e del comunismo si contrapponevano aspramente per la prima volta. In questo contesto, intellettuali (soprattutto francesi e italiani) afferenti al cosiddetto sindacalismo rivoluzionario o sindacalismo nazionale proposero nelle loro enunciazioni teoriche un modello sociale alternativo. Questa terza via prospettava un ideale di società comunalistica e di economia liberistica organizzata in una repubblica federale. Tali teorizzazioni furono poi rielaborate in chiave totalitaria dal fascismo.[23] Nella prospettiva fascista, la terza via, prima che un modello economico, era un nuovo ordine politico che voleva rifondare la società su principi ideali: la società veniva militarizzata, la politica sacralizzata, gli interessi e gruppi sociali organizzati dall'apparato statale, sottoposto al primato di una politica che perseguiva obiettivi di affermazione nazionalista di una società presunta omogenea.[24] Concretamente, il modello economico alternativo del fascismo consisteva nel corporativismo.Questo è il più grande scam fascista</nazionalsocilsta: pretendere che versioni annacquate o allegerite di qualcosa siano qualcosa di completamente diverso al punto di poterle definire "terze". Ma pure ai fascisti/nazionalisti brucia il culo quando gli fai notare che sono solo socialisti vestiti di nero.
>Le politiche industriali e monetarie del governo fascista diedero ulteriore impulso alla trasformazione dell'industria italiana, seguendo una tendenza iniziata in preparazione del primo conflitto mondiale e poi ripresa dopo il 1926. Le politiche crearono condizioni favorevoli per le imprese siderurgiche, meccaniche, chimiche, della produzione elettrica e degli idrocarburi. Lo sviluppo industriale rimase concentrato nel triangolo industriale, ma cominciarono a diffondersi imprese industriali anche in altre regioni centro-settentrionali. L'indirizzo statale promosse cartelli industriali che ostacolarono la concorrenza e l'innovazione.[12] Tuttavia, il dirigismo statale creò un sistema di imprese pubbliche che, dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto globale mutato e più aperto, fornì il trampolino di lancio del miracolo economico italiano.[15][17]Ma che bel profumino di piani quinquennali.