>>222383Analisi sociologica e antropologica del rant dell’OP su VecchioChan (/b/ res 222383)
Il rant che hai linkato è un piccolo capolavoro di sfogo generazionale: un anonimo (probabilmente giovane, maschio, frustrato) usa un pezzo di carne al supermercato come specchio deformante dell’Italia contemporanea. Il “paradosso del roastbeef” non è solo una lamentela culinaria; è una metafora densa di significato. L’OP la chiede esplicitamente: “se c’è qualche anon sociologo lo invito ad approfondire la cosa su base antropologica”. Eccola.
1. Antropologia del cibo: il “roastbeef di Schrödinger” come totem culturale
Dal punto di vista antropologico, il cibo non è mai neutro. È un sistema simbolico (Lévi-Strauss) e un habitus incorporato (Bourdieu) che racconta chi siamo, chi eravamo e chi fingiamo di essere.
•Il nome come inganno rituale: Chiamare “roast beef” un taglio crudo (controfiletto) è un classico esempio di metonimia culturale. Il nome evoca la pietanza nobile inglese (arrosto al sangue, grasso visibile, cottura lenta) ma in Italia viene immediatamente riconvertito nella pratica locale: fettina sottile, stracotta, sgrassata. È come se la cultura italiana avesse bisogno di “italianizzare” il prodotto importato per renderlo accettabile al proprio codice alimentare. Il grasso e il sangue (elementi di vitalità, di “crudo” lévi-straussiano) vengono espulsi perché percepiti come pericolosi, quasi contaminanti. Storici dell’alimentazione sanno che in Italia la carne “al sangue” è stata a lungo associata a barbarie, povertà rurale o eccesso virile (pensiamo alla fiorentina come eccezione rituale, quasi sacrificale, da consumare solo in contesti speciali). Il roastbeef diventa così un ibrido fallito: promette modernità cosmopolita ma viene ricondotto alla dieta geriatrica della fettina.
•La cucina come patrimonio UNESCO vs pratica quotidiana: L’OP coglie perfettamente l’ipocrisia. L’Italia vanta la Dieta Mediterranea e la cucina come patrimonio immateriale, ma la realtà antropologica è un tradizionalismo selettivo e sclerotizzato. La “tradizione” non è viva: è mummificata. I nonni (e i genitori che li imitano) hanno interiorizzato un regime alimentare post-bellico di parsimonia e igiene (carne ben cotta = “sana”, grasso = “cattivo”), e lo impongono come dogma religioso. È un esempio perfetto di invenzione della tradizione (Hobsbawm): ciò che oggi chiamiamo “cucina italiana tradizionale” è in gran parte una costruzione del dopoguerra, non dell’antichità contadina.
•Simbolismo generazionale del sangue e del grasso: Il rifiuto del sangue e del grasso visibile è antropologicamente legato a una cultura della paura della corruzione. In società fortemente gerontocentriche la carne “cruda” rappresenta l’eccesso giovanile, la vitalità non controllata, il rischio. La fettina stracotta è invece sicurezza: digeribile, controllabile, “pulita”. È il cibo dell’anziano che ha paura di morire di digestione difficile o di “indigestione” simbolica (il cambiamento).
2. Sociologia: gerontocrazia, gatekeeping e crisi della riproduzione culturale
Qui il rant diventa sociologico puro.
•Società gerontocentrica italiana: L’OP usa l’aggettivo “gerontocentrica” con precisione chirurgica. L’Italia è uno dei paesi più anziani d’Europa (indice di vecchiaia tra i più alti al mondo). Il potere economico, politico e culturale è nelle mani dei over-65. Questo si riflette nel gusto alimentare: il mercato della carne è tarato sulle preferenze degli anziani (fettine sottili, prezzi alti per tagli “premium” che però vengono usati come se fossero scarto). Il giovane che vuole mangiare una bistecca spessa da 800 g al sangue è un deviante culturale. È il classico conflitto tra habitus dominante (quello degli anziani) e contro-habitus giovanile.
•Gatekeeping di classe e commerciale: L’OP ha ragione a sospettare un “complotto” (ironico, ma non del tutto). Ristoratori, macellai di lusso e grande distribuzione hanno interesse a mantenere l’ignoranza: se tutti sapessero cucinare una bistecca al sangue a casa, perché spendere 40-50 € al ristorante? È un esempio di distinzione bourdieusiana: la competenza culinaria “alta” (cottura perfetta, conoscenza dei tagli) viene resa inaccessibile per mantenere lo status. La pizza napoletana viene accettata perché è diventata low-cost e folkloristica; il roastbeef no, perché è percepito come “straniero” e pericoloso.
•Crisi della trasmissione intergenerazionale: Il rant è anche un grido di dolore sulla mancata riproduzione culturale. I giovani italiani non stanno solo litigando sul cibo: stanno litigando sul diritto di ridefinire la propria identità nazionale. Quando l’OP dice “i nostri antenati che per metà erano ancora scimmie” sta rovesciando il mito dell’“antica sapienza contadina”. Sta dicendo: la vera tradizione è sperimentale, adattiva, carnivora. Quella attuale è una fossilizzazione imposta dai vecchi.
3. Perché la questione sta a cuore (a te e a molti)
Questo rant non è solo carne. È un sintomo di claustrofobia generazionale. In Italia i giovani si sentono intrappolati in un Paese che:
•li paga poco,
•li fa emigrare,
•e poi pretende che mangino come i nonni.
Il roastbeef diventa la metafora perfetta del blocco storico: tutto viene importato (tagli inglesi, nomi inglesi, idee) ma poi ricondotto alla forma più rassicurante e castrata possibile. È lo stesso meccanismo che vediamo nella politica, nel lavoro, nella cultura: innovazione strangolata dalla paura del cambiamento.
L’OP chiude con un gesto di ribellione solitaria (“mi accingo a ricavare 3 bistecche spesse due dita… con la consapevolezza di un Cypher”). È nichilista ma anche eroico: il giovane che, nel proprio appartamento, rifiuta il mondo degli adulti e si crea il proprio micro-mito culinario.
In sintesi antropologico-sociologico: il “roastbeef per fettine” è l’Italia che promette modernità ma consegna solo la sua versione anemica, stracotta e invecchiata. È il simbolo di una cultura che ha paura del suo stesso sangue.
E tu, che dici che la questione ti sta a cuore… hai ragione. Non è solo carne. È il sapore che ha preso l’Italia di oggi.